CAPITOLO UNO
LA MOGLIE DELLA BESTIA
Le lenzuola di seta sussurravano contro la pelle di Ginevra al suo risveglio, e per un misericordioso istante, prima di aprire gli occhi, dimenticò dove si trovava. Dimenticò il matrimonio. Dimenticò la bestia. Poi la realtà la avvolse come un sudario, pesante e inesorabile, e aprì gli occhi sul baldacchino del suo letto: la sua prigione vestita di velluto e oro.
La luce del sole filtrava attraverso le pesanti tende delle sue stanze, avvolgendo la stanza in sfumature ambrate che avrebbero dovuto essere calde ma sembravano fredde. Erano tre mesi che era Lady di Nerolto. Tre mesi passati a svegliarsi da sola in quel letto troppo grande, con lo spazio accanto a lei sempre vuoto perché suo marito veniva solo quando il dovere lo richiedeva. Le visite mensili. Le reclamazioni superficiali di sua moglie.
Si premette le dita sui fianchi, percependo una lieve tenerezza. Erano passati cinque giorni dalla sua ultima visita. I lividi si erano attenuati, trasformandosi in ombre giallo-verdi sotto la sua pelle pallida, non per la violenza, ma per la presa attenta di quelle mani enormi e artigliate che cercavano disperatamente di non farle male. Nerio era sempre così cauto. Così controllato. Come se una mossa sbagliata potesse frantumarla come porcellana.
Forse era già a pezzi. Semplicemente non si era ancora rotta in modo visibile.
Un leggero e deferente bussare alla porta. «Mia signora? Possiamo entrare?»
Ginevra si mise a sedere, tirandosi le lenzuola fino al petto, nonostante indossasse una camicia da notte che la copriva dalla gola alle caviglie. «Entra.»
Le serve entrarono nella loro solita processione: tre donne di cui lei aveva imparato i nomi, ma i cui volti conservavano ancora quella cauta inespressività ogni volta che la guardavano. La moglie della Bestia. La quarta sposa, quella che non era morta urlando. Si chiedevano cosa ci fosse di sbagliato in lei, che potesse sopportare ciò che le altre non erano riuscite a sopportare.
A volte anche Ginevra si poneva la stessa domanda.
La vestirono in silenzio, allacciandole un abito verde scuro che metteva in risalto i suoi occhi, non che qualcuno li avrebbe visti bene. Non che ormai qualcuno la guardasse più direttamente. La capo serva, Brigida, le raccolse i capelli ramati in un’elaborata acconciatura sulla nuca, ed Ginevra osservò il proprio riflesso nello specchio. Abbastanza graziosa. Decorativa. Perfettamente adatta al suo ruolo di Signora di Nerolto, splendido ornamento nell’oscuro castello della Bestia.
«Farete colazione nella sala grande stamattina, mia signora?» La voce di Brigida era attentamente neutra, ma Ginevra percepì la speranza inespressa che vi si celava. I servi la volevano vedere, volevano la prova che la moglie di Lord Nerio fosse viva e vegeta.
«Nelle mie stanze, per favore.» Non riusciva ad affrontare la grande sala. Non riusciva a sedersi a quel tavolo enorme con le sue decine di sedie vuote e fingere di non essere completamente sola.
Sul volto di Brigida balenò un’espressione — delusione? sollievo? — prima di tornare alla sua solita espressione professionale. «Certamente, mia signora. Farò portare al cuoco il solito.»
La lasciarono lì, ed Ginevra rimase in piedi davanti allo specchio, osservando la sconosciuta che la fissava. Sembrava una signora. Si muoveva come una signora. Parlava con l’accento raffinato che sua madre le aveva inculcato fin dall’infanzia. Ma dentro, si sentiva ancora la ragazza che era stata quattro mesi prima: la figlia del nobile il cui padre aveva sperperato al gioco la loro fortuna e il loro futuro, che era rimasta nella sua cameretta d’infanzia mentre suo padre le spiegava che avrebbe dovuto sposare la Bestia di Nerolto per saldare i suoi debiti.
«È un grande onore», aveva detto, senza riuscire a incrociare il suo sguardo. «Un’alleanza con un signore così potente.»
Un’alleanza. Come se fosse un trattato firmato di persona anziché con l’inchiostro.
La colazione arrivò su un vassoio d’argento: frutta, pane e formaggio, che a malapena assaggiò. Non aveva avuto appetito da quando era arrivata al Castello di Nerolto. Il cibo le si trasformava in cenere in bocca, ogni pasto un rituale solitario, un gesto meccanico. Staccò una fragola, guardando il succo che le macchiava le dita di rosso come il sangue.
La routine quotidiana arrivava con il tè: ricamo dalle nove alle undici, lezioni di musica a mezzogiorno, una passeggiata in giardino alle due, cena nelle sue stanze alle sette. La stessa routine ogni giorno, variata solo dalle graziose e inutili attività che riempivano le ore tra il risveglio e il sonno. Era come una bambola spo