Capitolo 2
1
Diciamo qualcosa del Villaggio dei Ding.
Il villaggio, che si trova a sud della strada che collega Dongjing a Weixian, ha tre vie in tutto, una che lo attraversa da est a ovest e una da nord a sud. Poi si è aggiunta la terza. Senza la strada nuova, il villaggio avrebbe la forma di una croce perfetta, ora ha la forma di una croce che poggia su una linea.
Uscito dalla strada nuova, il nonno sostò brevemente a casa di mio zio prima di fare ritorno, tutto avvilito, alla scuola. Questa si trovava a meno di un chilometro di distanza dall’estremità meridionale del villaggio e una volta era stata un tempio dedicato al dio Guan. La scuola era stata annessa al tempio diventandone un’ala, mentre nella sala centrale era custodita la statua del dio. Ci erano venute a bruciare l’incenso generazioni di contadini che speravano di arricchirsi, ma poi una decina di anni prima si era presentata l’opportunità di fare soldi vendendo il sangue e il tempio era stato dimenticato. Invece di affidarsi al dio Guan, ci si affidò al sangue.
E grazie al sangue fu possibile costruire la nuova scuola.
Il nonno ci andò ad abitare non appena fu finita.
La scuola fu edificata sul terreno incolto e pianeggiante del tempio, di circa dieci mu, nel punto piú alto del lato orientale. Era circondata da un muro di mattoni rossi e provvista di grandi finestre; su ogni porta una targhetta in legno indicava la classe: prima classe sezione I, seconda classe sezione I e cosí via… fino alla quinta. Nel cortile avevano installato i pannelli per la pallacanestro e sopra il cancello d’entrata era stata appesa un’insegna in legno con la scritta “Scuola elementare del Villaggio dei Ding”: ecco fatta la scuola. Oltre al nonno c’erano due insegnanti, uno di matematica e uno di cinese, entrambi giovani venuti da fuori, che appena sentito che al villaggio c’era la febbre smisero di venire a insegnare.
Non vollero proprio piú venire.
Neanche morti.
Cosí a scuola era rimasto soltanto mio nonno a sorvegliare porte, finestre, vetri, tavoli, sedie e lavagne, a sorvegliare i giorni amari della febbre che si propagava nel villaggio e in tutta la pianura.
Anche la scuola era impregnata dell’odore di zolfo dei mattoni e delle tegole nuove. E in quella notte di tardo autunno l’odore era ancora piú intenso che nella strada nuova del villaggio. Ogni volta che il nonno lo sentiva, il peso che aveva sul cuore si sollevava e tante cose gli venivano in mente. Ora che il sole era ormai tramontato, la quiete della notte inondava la pianura e sommergeva la scuola come un mare sconfinato, come una nebbia immensa. Il nonno sedeva sotto il canestro in mezzo al cortile, con lo sguardo rivolto verso il cielo, lasciandosi carezzare dal vento autunnale. Aveva una certa fame, poiché in