1. La scuola elementare
È grazie alla memoria che il passato esiste. Vi sono anni che lasciano segni simili alle cicatrici prodotte da una coltellata; ve ne sono poi di insignificanti, che passano come il vento e la pioggia, come nubi che fluttuano in cielo, senza lasciare altra impronta che una vaga traccia di profumo.
Proprio come non conosco la data esatta della mia nascita, non so nemmeno in che anno e in che mese cominciai ad andare a scuola. Vengo da un villaggio piuttosto povero nella regione del Fiume Giallo, dove la gente – e anche i miei genitori – era solita misurare il tempo secondo il calendario lunare; se per caso qualcuno si sognava di far riferimento agli anni e ai mesi dell’era cristiana, i contadini restavano a bocca aperta per lo stupore. Nelle campagne cinesi, il tempo somiglia a una pagina strappata da un calendario. Sono gli eventi che fanno esistere il tempo. Gli eventi sono il segno del tempo, cosí come le rughe sul viso di un vecchio sono il segno scavato dall’età.
Se quell’anno esiste tuttora è perché segnò il mio ingresso alle elementari: insieme alla mia seconda sorella, cominciai a frequentare la scuola che si trovava nel tempio ai margini del villaggio.
All’esame di fine anno per passare in seconda, i miei voti furono sessantuno in lingua e sessantadue in aritmetica. Essendo sessanta il voto minimo per la promozione, fortunatamente questo risultato mi spalancò le porte della classe successiva, cui potei accedere con la rapidità di un balzo, ma mi procurò anche un certo senso di vergogna e di disagio di fronte ai miei genitori e ai compaesani. Mi rendevo vagamente conto che se i miei risultati apparivano scarsi era perché contrastavano con quelli decisamente migliori di mia sorella, che studiava nella mia stessa classe. Lei aveva preso piú di ottanta sia in lingua che in aritmetica. Immaginate un po’: se i suoi voti fossero stati piú bassi dei miei, naturalmente sarebbe stato il mio risultato a emergere e a essere considerato di buon livello.
Questa era la realtà: se non ci fossero stati i voti alti di mia sorella, i miei non sarebbero sembrati tanto bassi.
Invidioso, cominciai a detestare mia sorella.
Approfittando della mia posizione di figlio minore, cominciai a parlare male di lei davanti ai miei genitori. Cominciai a nasconderle le cose, facendole credere di averle perse e lasciando che frugasse ovunque senza riuscire a trovarle. Quando poi vedevo che i miei genitori si arrabbiavano e la rimproveravano e lei si metteva a piangere, fingendomi preoccupato per lei, improvvisamente facevo rispuntare chissà da dove quello che aveva perso.
Ricordo un freddo giorno d’inverno, ancora prima dell’inizio della seconda elementare. Eravamo nel primo mese dell’anno lunare, dopo la Festa delle Lanterne. Non si trovava piú la sua cartell