di Lucia Regola
In uno dei primi e piú celebri racconti della Nuova Letteratura fiorita in Cina nei primi decenni del Novecento –La medicina di Lu Xun, scritto nel 1919 – si narra di un raccapricciante tentativo di cura destinato al fallimento: a un ragazzo malato di tubercolosi i genitori fanno mangiare, a sua insaputa, un pane imbevuto del sangue ancora caldo di un giovane rivoluzionario appena giustiziato. La credenza superstiziosa sulla quale si fonda il bizzarro rimedio fornisce all’autore lo spunto per scagliarsi contro le tradizioni della vecchia Cina e tratteggiare un’immagine simbolica delle due forze contrapposte che dominano il suo tempo – da un lato, la rivoluzione che immola i suoi giovani eroi per costruire un mondo nuovo; dall’altro, l’antico che resiste e cerca di appropriarsi del frutto del sacrificio rivoluzionario per ricondurlo entro confini di senso consueti e familiari, svuotandolo in tal modo di significato e vanificandolo. Questa novella appare come la sorgente di un lungo rivolo di sangue che attraversa tutta la letteratura cinese contemporanea, scorre sotterraneo fino ai giorni nostri e spesso affiora alla superficie prendendo forma nelle opere di autori come Mo Yan, Yu Hua o Su Tong, in un’esplosione di violenza che talvolta il lettore può trovare insostenibile. Eppure nessun altro scrittore come Yan Lianke ha raccolto lo spunto lasciato cadere da Lu Xun, facendo rivivere tutta la carica simbolica dell’atto sacrificale e attribuendogli un ruolo centrale nella propria produzione narrativa, dove viene rivestito di incarnazioni e significati nuovi. Se infatti Lu Xun sembra considerare sterile e superfluo il gesto del martirio (il sangue del condannato a morte è una cura vana, quasi a voler dire che l’impeto rivoluzionario non può salvare ciò che è vecchio e pertanto destinato a perire), Yan Lianke trasforma sempre l’atto estremo del sacrificio – che diventa innanzi tutto sacrificio di sé – in simbolo di rinascita e di speranza: nei romanzi qui presentati, per esempio, esso si rivela necessario per la salvezza della propria discendenza (inCanto celeste dei Monti Balou) o per assicurare la continuità della vita stessa (inGli anni, i mesi, i giorni). Di solito il sacrificio è l’approdo di un percorso che porta all’acquisizione di un’inedita consapevolezza e forse può perfino condurre alla comparsa di un’umanità nuova e migliore: è il caso deIl sogno del Villaggio dei Ding (pubblicato da nottetempo nel 2011), dove a perire perché Cielo e Terra tornino al loro posto è un’intera comunità, sebbene l’evento iniziale che ha messo in moto l’intera vicenda – la vendita del sangue con il conseguente dilagare di un’epidemia di AIDS – non possa dirsi il frutto di una scelta davvero cosciente. A volte – riecheggiando suggestioni cristiane non estranee all’autore – è strumento di espiazione di una colpa, come neI quattro libri (pubblicato da nottetempo nel 2018), dove l’automutilazione e l’offerta della propria carne servono a riparare l’offesa, ovvero l’aver tradito i compagni di prigionia; a volte non può essere compiuto che con l’ausilio di forze superiori, quali lo spirito del macellaio defunto che inCanto celeste è chiamato a compiere un atto tanto terribile quanto giusto e necessario. Solo in un’occasione il sacrificio esprime il tentativo disperato di salvarsi da sé assecondando l