Uno scherzo. A Zelig Stroch piace sorprendere i compagni di squadra con le sue trovate. Ci ha provato ancora una volta, facendo credere che sia in corso un attacco terroristico. Questo pensa Shaul Ladany, quando lo svegliano: è l’alba di martedì 5 settembre 1972, il giorno che ha cambiato la storia dei Giochi Olimpici. Shaul ha le gambe indolenzite per i 50 chilometri portati a termine la domenica ed è nel pieno del sonno, perché è rimasto sveglio sino a oltre le tre, ritagliando gli articoli di giornale che parlano della gara. Mentre lavorava con forbici e colla non sapeva che, di lì a qualche minuto, un commando di Settembre Nero si sarebbe presentato alla porta accanto alla sua. Per Shaul era solo una notte come un’altra, da passare al Villaggio Olimpico, al n. 31 di Connollystrasse. Dentro l’unità 2. L’ultimo gesto prima di addormentarsi è stato lo stesso di sempre: via gli occhiali da vista, da cui non si separa neppure mentre gareggia e che gli conferiscono un’aria da professore anche quando sta marciando. Una cattedra, all’università di Tel Aviv, Shaul ce l’ha davvero, ma questo quando sei alle Olimpiadi non è un titolo preferenziale per il podio. A 36 anni Ladany è un vecchio atleta. O un giovane docente. Dipende dal punto di vista. Due anime, un solo corpo. Stanco. Dopo i trent’anni la fatica ti prende in modo diverso: se ne accumula tanta marciando ma, dal punto di vista di Ladany, è poca cosa. Quello che Shaul si sente addosso è la sommatoria di mesi di allenamenti, sono le settimane trascorse lontano da Shoshana, sua moglie, e da Danit, la figlia che ha poco più di un anno. Ancora qualche giorno e poi, terminata la cerimonia di chiusura dei Giochi, ci sarà più tempo anche per loro.
Il risveglio però è anticipato e non si tratta di uno scherzo. Intorno alle 4:30 di mattina otto guerriglieri palestinesi si sono introdotti nelle unità 1 e 3 e tengono in ostaggio nove tra atleti, allenatori e tecnici della delegazione israeliana. Due sono già stati colpiti. Quando Shaul chiede ai compagni di stanza cosa sia successo, lo portano alla finestra e gli mostrano una macchia sull’asfalto. È il sangue di Moshe Weinberg, la prima vittima dell’attacco. Sembra tutto incredibile. Appena la sera prima Shaul ha prestato la sua sveglia a Moony (come tutti chiamano Weinberg), perché la mattina ha in programma di alzarsi presto. Weinberg è l’allenatore dei lottatori e deve accompagnare Mark Slavin alle operazioni di pesatura. Anche Mark è tra gli ostaggi, lui che ha solo 18 anni e dall’Unione Sovietica si è trasferito in Israele quattro mesi prima dei Giochi. L’altra vittima è il sollevatore di pesi Yossef Romano, lasciato agonizzante sul pavimento della stanza dove sono stati portati gli israeliani catturati.
Shaul e i suoi compagni non sanno esattamente chi è stato preso. Nel corso della notte qualcuno ha sentito dei colpi, ma ha pensato che si trattasse degli uruguaiani, i vicini un po’ rumorosi e festaioli della delegazione di Israele. Anche ora che c’è la consapevolezza dell’attacco, gli abitanti dell’unità 2 non si rendono conto di quanto vicino sia il pericolo. Decidono di uscire da una porta scorrevole sul retro, che dà sulla terrazza a pianterreno. «Nessuno di noi realizza che, stando lì all’aperto, siamo sulla linea di tiro di chiunque si trovi a una delle finestre accanto, al secondo piano.» In quel momento i terr