La tregua è in un libro. Anzi, in più d’uno. L’unico periodo che Gino non passa in prigione è quello in cui studia. La morte di nonno Beppe lo induce a stare lontano dai guai per un po’; perdersi dentro i testi scolastici è più rassicurante che ritrovarsi tra le mura di una prigione. Fuori dalla scuola, poi, riesce a imparare un mestiere, quello di fabbro, e comincia a guadagnarsi da vivere, anche se il reinserimento non è semplice. Pisa è piccola e Gino ne ha già combinate abbastanza. «Non c’è un pisano che non sappia chi è Amleto Menichetti»: potrebbe sembrare un vanto, ma in realtà è un marchio che impedisce a quello che è poco più di un ragazzo di potersi fare una nuova vita. Più passa il tempo e più Gino matura la decisione di cambiare aria. A 16 anni è meglio cercare fortuna altrove: una mèta possibile gliela suggerisce la parentela con uno zio che ha aperto un ristorante a Marsiglia, una città che ha accolto già migliaia di italiani. Sono passati più di vent’anni dai «vespri marsigliesi» quando, nel 1881, in città si era scat