Il corpo
Toccare la carne, modellare lo spirito
I sensi e lo spirito
Il primo luogo della liturgia è il corpo. Da che mondo è mondo, esistono riti perché noi abbiamo un corpo, sede dell’esserci, della coscienza e del tempo. Il corpo è il grande mediatore fra noi e tutto quello che chiamiamo realtà. Su questo tema di fondo abbiamo solo faticosamente cominciato a rimontare tutti i pregiudizi che, nel merito, il razionalismo della nostra cultura e l’intellettualismo della nostra tradizione hanno congiuntamente trascinato fino a non molto tempo fa. Essi hanno a lungo condiviso uno schema antropologico che separava radicalmente le facoltà razionali situate nella mente dalle condizioni sensitive concentrate nel corpo, come se fossimo un assemblamento di elementi semplicemente giustapposti. In un simile schema, il cammino delle prime (le facoltà razionali) verso la luce della verità procede quanto più si abbandona il peso delle seconde (le facoltà sensitive). Gli equivoci che l’inerzia di questo riflesso mentale ha portato con sé sono troppo noti per essere di nuovo raccontati. Basti qui semplicemente evocarli.
Merita semmai annotare come da questa spartizione la dimensione del rito, essenzialmente legata ai sensi e al corpo, ai movimenti e alle forme, abbia tratto per molto tempo un grande discredito. Date le premesse, si fa presto a pensare, come in certi momenti è successo anche nella Chiesa, che dove agisce il rito viene meno la coscienza, indiziando per principio la dimensione rituale di ogni inautenticità possibile. L’aggettivorituale è infatti divenuto emblema di ogni disposizione in cui la coscienza umana non è coinvolta nel suo migliore atto di presenza, il darsi di una forma che non ha vera relazione con la sostanza. Si dice che qualcosa è ‘puramente rituale’ per dire che non è abbastanza vera. Pericolosa disgiunzione, che orienta poi le attese di autenticità di coscienza e di presenza di spirito verso una specie di purità intellettualistica che però manca della sostanza degli affetti e si esaurisce nella sfera dei contenuti.
Per la vita cristiana significherebbe il pericolo di ridursi a unagnosi. Mi pare sia anche il grande rischio di tutte quelle liturgie che abbiamo pensato di rendere autentiche saturandole di spiegazioni, riducendole al loro piano cognitivo, come se stare con verità in un rito si esaurisse e coincidesse con il comprenderne i significati.
Nel frattempo quella costellazione di discipline teoriche – teoriche fino a un certo punto – che abbiamo imparato a chiamare ‘scienze umane’, psicanalisi e fenomenologia in testa, non senza dimenticare le potenti suggestioni dei grandi maestri del ‘movimento liturgico’, ci ha fornito sufficienti argomenti per sospettare profondamente di quel pregiudizio, che per secoli ha fatto opporre sensi e intelletto a detrimento delle funzioni ancheconoscitive del corpo. Per sintetizzare, la ‘scoperta’ è stata trovare nell’uomo la continua miscela diun sentire che non è mai totalmente incosciente e diun comprendere che non è mai semplicemente incorporeo, la sintesi di qualcosa che non è mai puro intelletto e nemmeno semplice sensorialità. La si potrebbe chiamaresensibilità, una percezione orientata al senso, attraverso cui la coscienza umanasa sentire preventivamente quello su cui dopopuò pronunciarsi e verso cuipuò disporsi. Si tratta di quelsensibile senza di cui non si darebbe l’umano che ci costituisce comeproprium del nostro essere viventi, e nemmeno lospirituale che ci costituisce come tali. Nella norma l’essere umano funziona così, o non funziona affatto.
Aggiungiamo infine, in questa temeraria sintesi teorica, che la congiunzione del sensibile e dello spirituale, del corporeo e dello psichico, dell’emozionale e dell’intellettivo, ha sempre a che fare con le dinamiche che lo spazio e il tempo imprimono su quello strano animale situato che noi siamo in quanto esseri umani. Lo spazio e il tempo sono le condizioni pratiche e le dimensioni simboliche in cui la coscienza di sé nello stesso tempo si cerca e si perde, si unifica e si scompone, prende forma e si disgrega, si frammenta e si integra.
Il rito consente alla coscienza di sé di stare di fronte all’altro che la abita e la visita senza disgregar