1. SCARPE
Dopo la guerra a nessuno piaceva ascoltare questa storia, così, dopo un po’, mi sono stufato e sono stato zitto.
Bruno Bovo
Bolzano, giovedì 3 maggio 1946, ore cinque del mattino circa, via Milano
Quella mattina il cielo era terso, pulito dalle nuvole. Un cielo limpido, azzurro. Forte. Carico. L’aria fresca, quasi gelida, in montagna aveva nevicato. Mi sono alzato con la testa leggera. Pensavo all’estate, alla mia ragazza, alla guerra finita, agli americani alle porte. Pensavo a un paio di scarpe nuove.
A est, la luce dell’alba entra di traverso. Rosa, poi arancione, poi un blu acceso. Il sole mi acceca. Mi infilo in bagno, mi rado veloce, scappo.
In corridoio incrocio il mio vecchio.
«Distribuiscono le scarpe, papà».
Ha chiuso gli scuri delle finestre. Tutti nel palazzo hanno chiuso gli scuri. I capi scala hanno detto di non affacciarsi per nessun motivo e di tirare dentro il tricolore.
Appena vedono uno spiraglio, i tedeschi mitragliano.
«Le strade sono piene di paracadutisti della Göring, affamati e furiosi. Quelli uccidono anche i bambini. Fai attenzione Bruno, a Montecassino hanno fatto un macello».
Mi afferra il braccio. Non vuole che vada.
Lo capisco: domenica scorsa unfritz ha sparato nella schiena a Bepi, un operaio della Lancia della palazzina C. Aveva il figlio piccolo in braccio, lo stava portando al sicuro, in casa, dopo l’allarme aereo. Saliva dal rifugio in cantina. Il tedesco l’ha visto da sotto, dalla piazza. Lo ha visto salire attraverso il finestrone del giroscale. Quel bastardo nazista ha puntato il Mauser, ha preso la mira e… PUM! Un colpo dritto tra le scapole. Bepi si è afflosciato sul pianerottolo. Non parlava. Non respirava. Morto secco. Il bimbo, René,