: Luca Fregona
: Italiani kaputt - La strage degli operai Storia di un eccidio a guerra finita
: Athesia-Tappeiner Verlag
: 9788868398705
: 1
: CHF 11.50
:
: Zeitgeschichte (1945 bis 1989)
: Italian
: 160
: Wasserzeichen
: PC/MAC/eReader/Tablet
: ePUB
Bruno Bovo e Andrea Cavattoni sono sopravvissuti con un groviglio di pallottole in corpo. Vittorio Luise si è salvato perché l'orologio a cipolla sul panciotto ha deviato il proiettile. Toni Peretto ha diviso pane e salame prima di essere ucciso. Walter Saudo ha provato a far ragionare i tedeschi prima di essere falciato dalla raffica. Ottorino Bovo ha raccolto morti e feriti. Carolina Zenoni ha visto uccidere il suo ragazzo con un colpo di pistola alla testa... A ottant'anni da quei fatti, Luca Fregona racconta con taglio narrativo la strage del 3 maggio 1945 davanti al muro dello stabilimento Lancia di Bolzano (oggi in via Volta): diciotto operai rastrellati per ritorsione dai tedeschi in rotta verso la Germania dopo alcuni scontri con i partigiani. Presi nelle fabbriche della Zona industriale, condotti davanti al muro di cinta della fabbrica, falciati da due scariche di mitragliatore sparate da un autoblindo di paracadutisti. Dieci morirono sul colpo o per le ferite. Gli otto sopravvissuti riportarono ferite di diversa gravità, e un trauma che li ha accompagnati per il resto della vita.

Luca Fregona, giornalista, caporedattore del quotidiano Alto Adige, è autore dei libri"Soldati di sventura" e"Laggiù dove si muore" (Athesia). Con"Laggiù dove si muore", nel 2024, è stato finalista del prestigioso Premio Estense, che dal 1965 premia l'eccellenza del giornalismo italiano.

1. SCARPE


Dopo la guerra a nessuno piaceva ascoltare questa storia, così, dopo un po’, mi sono stufato e sono stato zitto.

Bruno Bovo

Bolzano, giovedì 3 maggio 1946, ore cinque del mattino circa, via Milano

Quella mattina il cielo era terso, pulito dalle nuvole. Un cielo limpido, azzurro. Forte. Carico. L’aria fresca, quasi gelida, in montagna aveva nevicato. Mi sono alzato con la testa leggera. Pensavo all’estate, alla mia ragazza, alla guerra finita, agli americani alle porte. Pensavo a un paio di scarpe nuove.

A est, la luce dell’alba entra di traverso. Rosa, poi arancione, poi un blu acceso. Il sole mi acceca. Mi infilo in bagno, mi rado veloce, scappo.

In corridoio incrocio il mio vecchio.

«Distribuiscono le scarpe, papà».

Ha chiuso gli scuri delle finestre. Tutti nel palazzo hanno chiuso gli scuri. I capi scala hanno detto di non affacciarsi per nessun motivo e di tirare dentro il tricolore.

Appena vedono uno spiraglio, i tedeschi mitragliano.

«Le strade sono piene di paracadutisti della Göring, affamati e furiosi. Quelli uccidono anche i bambini. Fai attenzione Bruno, a Montecassino hanno fatto un macello».

Mi afferra il braccio. Non vuole che vada.

Lo capisco: domenica scorsa unfritz ha sparato nella schiena a Bepi, un operaio della Lancia della palazzina C. Aveva il figlio piccolo in braccio, lo stava portando al sicuro, in casa, dopo l’allarme aereo. Saliva dal rifugio in cantina. Il tedesco l’ha visto da sotto, dalla piazza. Lo ha visto salire attraverso il finestrone del giroscale. Quel bastardo nazista ha puntato il Mauser, ha preso la mira e… PUM! Un colpo dritto tra le scapole. Bepi si è afflosciato sul pianerottolo. Non parlava. Non respirava. Morto secco. Il bimbo, René,