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Quando riaprii gli occhi stavo a letto in una camera d’ospedale. Un forte dolore alla testa m’impediva di muoverla. Notai con la coda dell’occhio il bianco immacolato che regnava nella stanza: era bianco il tetto, le pareti, le lenzuola e perfino i pochi mobili che la riempivano. Pensai di avere passato molto tempo in stato di semi incoscienza, immerso in quello squallore asettico e questo mi procurò una profonda inquietudine. Inaspettatamente sentii una strana forza vitale, salita dal fondo dello stomaco. Girai con fatica la testa verso la finestra e, nonostante vedessi solo la penombra dovuta al calare della sera, il cuore mi si aprì lo stesso. La gioia durò poco, un forte dolore al costato mi costrinse ad appoggiare la testa sul cuscino, restituendomi nuovamente al bianco squallore della stanza.
Il rumore fastidioso di passi frettolosi che si avvicinavano attirò la mia attenzione. Dopo pochi attimi entrarono nella stanza due medici e un’infermiera; procedevano svelti, distratti, con l’aria di chi ripeteva quei gesti per l’ennesima volta. Si piazzarono ai piedi del letto e mi fissarono in silenzio, come se cercassero di studiare da quella distanza il mio aspetto. Pensai che non sarebbero andati oltre quella fugace occhiata, ma mi dovetti ricredere, il medico più anziano si staccò dal gruppo e si mise accanto a me. A quella distanza lo vidi nitidamente: era un bell’uomo ormai alla fine della carriera, con la barba e i capelli lucenti, curati con molta attenzione. Mi sembrò piuttosto alto, tanto da superare di parecchi centimetri il collega che lo accompagnava. Ostentava un portamento pieno di sicurezza, quasi d’arroganza, tipico di chi è abituato a gestire le precarie esistenze degli altri. Prese con decisione la cartella clinica e la fissò per un lunghissimo attimo. Guardò seccato l’orologio come se si fosse ricordato di un impegno, fece una smorfia di disappunto e ritornò a fissare la cartella. Ebbi l’impressione che, mentre faceva quei gesti bruschi e decisi, stesse pensando a qualche cosa che non mi riguardava. L’altro medico, un ossuto uomo sulla cinquantina, con gli occhiali e una calvizie che ormai la faceva da padrone su un cranio lucido, mi osservava con occhi distratti. L’infermiera che li accompagnava, una scialba ragazza dai capelli e le ciglia troppo biondi, fissava il primario in silenzio, con un’espressione che giudicai fin troppo ossequiosa. Innervosito dal loro silenzio emanai con fatica un flebile rantolo che bastò ad attirare la loro attenzione. Il medico anziano alzò lo sguardo dalla cartella e cominciò a scrutarmi con curiosità. I suoi occhi mi trafissero, cercando nel mio volto un segno che io, esausto, non riuscivo a dargli.
“Dottore, si è svegliato.”
Dopo tanto silenzio, la voce dell’infermiera mi rimbombò nella testa come il suono di cento campane.
L’uomo posò lentamente la cartella e abbassò il suo capo fino a pochissimi centimetri dal mio orecchio. “Cerchi di non affati