LEZIONI DI MONELLERIE
Ai miei tempi la scuola non si frequentava solamente per apprendere le regole dell’educazione. Noi bambine subivamo spesso i dispetti dei maschi, erano le prime lezioni di vita in comune con loro, un misto di ammiccamento e frustrazione. Spesso la maschiezza dei compagni di scuola insegnava a noi femmine le regole della diseducazione.
Le occasioni d’incontro tra maschi e femmine erano ridotte al minimo. Ad esempio nella mia scuola elementare le aule erano separate e persino l’uscita alla fine delle lezioni avveniva da portoni diversi. Questo ovviamente aumentava la reciproca curiosità. Il primo incontro ufficiale tra maschi e femmine avveniva nell’ampio piazzale centrale delle scuole Crispi il giorno dell’inaugurazione dell’anno scolastico. Gli scolari maschi erano allineati sul lato a sinistra, le scolare femmine sul lato a destra. Ci separava solamente il vuoto del corridoio centrale sul quale vigilava con attenzione qualche bidello, responsabile di mantenere la separazione.
Mi avevano insegnato che non era educato fissare a lungo le persone, era un gesto sfacciato e indiscreto da evitare. Quel primo giorno avevo trovavo soluzione alla mia curiosità sbirciando furtivamente verso le file maschili. In quello spazioso cortile la mia attenzione si era focalizzata su due figurine di scolaretti. Ero attratta dalla loro immobilità che, tra l’inquietudine dei compagni intorno a loro, risaltava anomala. Li osservavo di sottecchi e li ammiravo mentre compresi e seri ascoltavano il discorso inaugurale. Indossavano vestiti ordinati, i pantaloncini corti scoprivano le gambette diritte e, guarda caso, calzavano ai piedi sandaletti uguali ai miei, quelli con il laccetto. Uno dei due aveva i capelli scuri il visetto pallido e in contrasto la bocca spiccava di un sorprendente colore rosso ciliegia, il mio frutto preferito. L’estetica a quell’età è sempre legata al cibo. Da adulta, dopo anni di lontananza, al mio ritorno a Trento avrei riconosciuto quei lineamenti nelle figure di due noti professionisti cittadini.
All’uscita da scuola chi osava avvicinare con una certa impudenza noi bambine erano “quelli delle Androne”, ragazzini che secondo la voce popolare andavano evitati perché peri