Sotto i raggi di un sole crepuscolare, piccole mani affusolate si schiantarono sul petto del colonnello.
L’uomo cadde all’indietro sopra un manto erboso piacevole per adagiarvisi; si udì il fruscio di ali, e, in lontananza, delle ombre si sollevarono con sforzo. Su quel pianeta selvaggio gli ornitomorfi1 erano la specie dominante.
Da sdraiato, il colonnello si inebriò alla vista di alcune grazie femminili che smossero la sua virilità all’istante.
Ma sussultò dal dolore. “No! Basta!” Implorò, “Ti prego, togli il piede da lì, come farò a soddisfarti se lo danneggi.”
“Sono io che decido il destino del tuo piccolino!” Lei aveva un’espressione spietata, o eccitata. “Ora dev’essere moscio!”
“Ma io…”
“Sono la tua padrona, ammoscialo o lo prendo a calci!”
Sferrò un calcetto di preavviso.
“No, ferma! Ferma, ho capito!”
L’evoluzione aveva regalato agli astralis il controllo del loro pene e il colonnello potette ottemperare.
Ma la despota era lunatica. “Ora lo voglio duro, biforcuto e nero. Adesso!”
“Ogni tuo desiderio è un ordine.”
“Mi piace quando ubbidisci senza obiettare.”
Si sciolse i lunghi capelli neri, si appollaiò su di lui. “Dai Bugor, non restare impalato.”
Il colonnello respirò con voluttà la pelle di lei, così magnetica e desiderabile.
Con brutalità le pizzicò i capezzoli.
“Sì! Sì!” Urlò come un’indemoniata. “Bravo Bugor… continua così.”
Concedeva a pochi di chiamarlo col soprannome di battaglia: Bugor (lo squalo).
Un nomignolo che gli avevano appioppato con irriverenza a causa della grossa cresta di dissipazione sulla nuca; era fatta di tessuto nanotek e retrattile; per il colonnello non aveva nulla a che fare con una pinna di squalo.
Qualcosa nelle vicinanze emise grida acute e volò via in un guizzo di colori.
Bugor chiuse gli occhi e ansimò quando la donna trovò quello che cercava e ne saggiò il doppio turgore.
“Sei mia!” Le disse. “Senza possibilità di scampo.”
I filamenti nucali del colonnello si animarono per incarnarsi nei plessi nervosi di lei, lungo tutta la colonna vertebrale.
La donna si inarcò, dopo un gridolino di piacere o di dolore. Uno spasmo muscolare si propagò dalla cuspide del ventre fino alle falangi dei piedi.
Quando sopraggiunse la bio-syncro, condivisero lo stesso respiro frenetico, gli stessi fremiti.
Ma Hugin IAS2 ruppe l’idillio con un crescendo delNocturne di Chopin.
Ripristinò l’illuminazione. “Missionenectunt. AA 345 30.04 07:00:00 SIC3, Procedura di risveglio. Fine del processo di stasi onirica tra dieci secondi - nove - otto -... -zero.”
La voce di Hugin non era mai stata così fastidiosa. “Avvio della modalità di veglia standard per il colonnello Alexander Aleinikov.”
Nugoli di nanotek-distruttori dissolsero la membrana idratante sul volto del colonnello. Attraverso le palpebre tremolanti, la luce verde gli penetrò nella testa come una bi-lama elettrizzata.
L’EOS4 del colonnello eseguì un’autodiagnostica dei parametri vitali, evidenziando alcuni cali sensoriali trascurabili.
L’uomo ruotò la testa con un’ampiezza limitata dall’articolazione intorpidita. “Merda!”
Si trovava sul ponte numero due della sala comandi. “Perché proprio ora? C’ero quasi.” Avrebbe goduto volentieri delle formosità della sua amante virtuale, nel CVI (costrutto virtuale indotto).
Gli altri spacemarine fluttuavano a mezz’aria, a trenta centimetri dal pavimento, ognuno nella rispettiva postazione anti-inerziale; nonostante le membrane idratanti ingiallite, si potevano riconoscere i tratti somatici.
Il colonnello alzò lo sguardo verso il ponte numero tre; attraverso il soffitto traslucido riconobbe il dott. Liukai Ugolini e fu infastidito di trovarsi a un livello più basso di cinque metri.
Avrebbe risvegliato tutti i suoi spacemarine, ma il protoc