L’ospite invisibile
Acquistammo La Caminà nel 1992. La proprietà era ridotta ad un mucchio di ruderi, tetti e gran parte dei pavimenti erano crollati, le porte sfondate, le finestre penzolanti, tutt’attorno i rovi erano talmente alti da arrivare al primo piano. Maria Raso, vedova Raggi, aveva abitato la casa fino al 1964. Essendosene andati ormai tutti gli altri, o per cause naturali o perché trasferiti, Maria vi visse gli ultimi anni da sola. Lei abitava nel fabbricato centrale, il più solido, costruito da un bisnonno nell’800 su mura larghe un metro, mentre la parte “nuova” della casa, eretta negli anni ’30 su 3 piani dal fratello Francesco, si era ritrovata a poggiare su rocce instabili (quelle che da queste parti chiamano “trovanti”, enormi massi rotolati giù dalla montagna) che avevano ceduto sotto il peso aprendo in due quella porzione di fabbricato che era quindi diventata inabitabile. Maria era nata alla Caminà, le era affezionata. Ma era ormai diventata anziana, la casa era isolata, mancava il riscaldamento, i servizi erano primitivi, i malanni non le consentivano più di curare l’orto. Decise finalmente di andarsene anche lei trasferendosi presso parenti a Costella dove visse per altri dieci anni. Bene, è incredibile cosa possa fare il tempo su una proprietà abbandonata in meno di trent’anni.
L’acqua comincia a sgocciolare dal tetto, penetra attraverso le fessure, scava lentamente, le fessure diventano crepe, l’umidità sgretola gli intonaci e scioglie la calce, crollano i solai, infine cominciano a lesionarsi i muri perimetrali. Riguardando le foto di come vedemmo la casa per la prima volta, un luogo davvero spettrale, mi riesce difficile capire com’è che decidemmo di acquistarla. Ci vollero dieci anni e un bel po’ di soldi per metterla a posto. E non mancò qualche sorpresa.
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1993, pochi mesi dopo l’acquisto della Caminà. È una bellissima giornata di marzo, piena di profumi della primavera in arrivo. Dopo avere incontrato sul posto l’architetto Carniglia per cominciare a discutere di cosa fare, io e Carla restiamo qui per un po’ a famigliarizzarci con i luoghi. Così incontriamo, proveniente dalla casa di fronte lungo la stradina asfaltata, una giovane coppia di vicini. Ci fermiamo a parlare, guardiamo insieme i ruderi, ci fanno gli auguri. Poi ci separiamo, loro proseguono per la stradina, noi imbocchiamo il sentiero. I due giovani continuano a parlare, non sanno che noi siamo a pochi passi sopra di loro, separati da una siepe. Non dovremmo dirgli di quelle luci che si vedono di notte? Chiede lei. Ma va là, vuoi spaventarli? Fa lui. E poi, cosa vuoi che siano quelle luci? Sì, abbiamo visto da lontano dei chiarori, magari c’era qualche barbone accampato in casa, cosa ne sappiamo?
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Luglio 1994. Dopo nove mesi di lavori la casa è pronta. Il giardino è ancora una devastazione di pietre, detriti e, dalla parte del vecchio fienile, una giungla di rovi, ma il primo pezzetto di casa, un’ottantina di metri quadri su due piani, è finita. C’è Carniglia che, in piedi al centro del soggiorno, si guarda attorno sorridendo, osserva il grande camino, le vecchie travi a soffitto, le finestre che danno sui monti e sul mare. È incredibile, dice, dopo tanti