Prologo
“Qualcuno mi ha domandato che cosa interessa a noi del Nepal. Ed io rispondo: dove c’è un uomo, uno solo, lì siamo anche noi, dove c’è memoria di un passato lì troveremo la modulazione nuova delle stesse illusioni, l’inveramento diverso, ma non discordante, degli archetipi dello spirito umano”.
G. Tucci
Era fin dal viaggio in Tibet di due anni addietro che stava prendendo forma l’idea di recarmi in Nepal. Nel percorso tibetano avevo rasentato i suoi confini e condiviso una cena con un gruppo di giovanisherpa, che mi avevano chiesto cosa sapevo del loro Paese. Già, cosa ne sapevo?
Sherpa - mongoli venuti dal Tibet nei secoli XII e XIV. Sher significa est, e Pa popolo, da qui il loro nome.
Sapevo che era la meta del viaggio per antonomasia, un insieme spirituale e spaziale incastonato tra l’ex Tibet orientale e l’India, “piano inclinato” che dalle più alte vette dell’Himàlaya del nord scivola nelle calde e umide pianure indiane del sud. Sapevo che era una ex appendice esotica dell’Inghilterra ma anche l’unico Paese dell’Asia meridionale a non essere mai entrato a far parte di alcun impero coloniale; che era stato crocevia di scambi commerciali e culturali e punto di incontro tra le culture delle popolazioni mongole dell’Asia, di lingua tibetano-birmana, e le popolazioni caucasiche delle pianure indiane, di lingua indoeuropea. Sapevo che era il terzo Paese più povero dell’Asia, entrato nel mondo moderno solo alla fine degli anni 60 e dove il 33,9% della popolazione viveva con meno di 1,25 dollari statunitensi al giorno. Sapevo che era una terra complessa, dove in 147 mila chilometri quadrati vivono ventotto milioni di abitanti divisi in centoventicinque gruppi etnici diversi, sparsi tra pianure, colline e montagne, che parlano centoventitré lingue e dialetti; che era un luogo di pacifica convivenza tra hindù, buddhisti, animisti, musulmani, sikh e cristiani. Terra diyak, sherpa, yeti estupa, paradiso dei backpacker e dei trekker, ricco di arte e monumenti, di grandiosi complessi di culto permeati di profonda e autentica religiosità, patrimonio artistico e architettonico unico. Sapevo di Kathmandù, dei suoi templi, dei villaggi disseminati nelle valli, e non potevo non conoscere l’“epopea” della Freak Street, dei magic-bus e del libero amore, narrata nei tanti racconti dei superstiti della mitica Shangri-Là.
Era una terra che, assieme al Tibet, mi aveva sempre attratto per il suo alternarsi di re e regine, amori, matrimoni e incoronazioni,maharajà, principi bambini, mogli fedifraghe, primi ministri intriganti, famiglie e caste in lotta feroce fra loro. La sua storia recente vedeva il massacro della famiglia reale, un violentissimo conflitto armato interno, la fine di una monarchia secolare, il trionfo elettorale del Partito Comunista, il desiderio diffuso di emancipazione e giustizia sociale, la proclamazione della più giovane Repubblica del mondo.
Il Nepal, quest’eden mistico situato alle pendici delle nevi eterne dell’Himàlaya, dove nacque Siddhartha Gautama, il Buddha, e dove esploratori come Giuseppe Tucci si sono mossi quando “il lontano era ancora lontano”. Scrive quest’ultimo, nel resoconto della spedizione effettuata nel 1952:
“Il Nepal è dunque uno dei paesi più vari e complessi dell’Asia: ricco di colore ma anche di dolore. Sotto la vivacità dei vestiti e l’allegria chiassosa dei bazar si cela come un’angoscia, il presagio di un malfido corruccio della natura; l’avverti in ogni simbolo o forma. Sotto il sorriso