Campo Base Nord Everest – Tibet aprile 2007
La lotta stessa per arrivare in cima
è sufficiente a riempire il cuore di un uomo
Jim Wickwire
Le montagne sono sempre state la sua dimora, le montagne di Feltre e del Bellunese, i territori dell’infanzia. E forse a quel tempo Mario le montagne le odiava pure. Erano solo fatica, freddo e fame.
“Eravamo poveri in canna, come tutti i montanari a quel tempo”, mi diceva una sera a Bologna, in osteria, quando capitava di parlare di noi stessi davanti a un bicchiere di rosso. Di solito erano momenti che precedevano una sua partenza per qualche nuovo angolo del pianeta. “Ricordo ancora quando mio padre mi comprò il primo paio di scarponi. Erano un oggetto sacro, gli scarponi! Te li tenevi addosso anche se andavano stretti, anche se ti facevano piangere dal male. E il freddo poi era insopportabile. Ancora oggi mi prende allo stomaco, quel freddo, quando ci penso. Figurati che mi addormentavo a volte nel fienile per non andare di sopra, in camera, tra quelle lenzuola gelide e ruvide come carta abrasiva”.
Mi vengono in mente le sue parole, complice forse questo cielo terso e gelido sul quale è più facile proiettare i ricordi. O, forse, è la consapevolezza che prende entrambi in questo momento solenne. Ci troviamo ai piedi dell’Everest, esattamente nel luogo in cui pose le tende la prima spedizione britannica di ricognizione, nel luglio del 1921. Ci arrampichiamo sulla fronte morenica del ghiacciaio Rongbuck, tanto per dare un’occhiata. E il pensiero che Mallory e Bullock avranno fatto lo stesso, in questo medesimo luogo, aggiunge al sapore dell’aria il senso del divenire, il fluire della Storia. All’epoca nessun occidentale si era mai avvicinato così tanto alla Grande Montagna e non esistevano mappe. Tutto qui era terra incognita e, per i monaci del monastero, poco più a valle, un luogo in cui gli spiriti del bene lottavano contro il male in fragori di valanghe. Oggi, l’altissima antenna eretta nei pressi del nuovo monastero, cancella l’isolamento tra gli squilli dei cellulari che i turisti cinesi tengono sempre in mano come un testimone che li ancora al futuro. Ai nostri piedi la vasta piana del Campo Base, a quota 5200 m, è una piccola città di tende multicolori dove si accampano le 18 spedizioni internazionali accreditate quest’anno a cimentarsi nell’impresa. Una copia esatta del Campo Base Sud, in Nepal. Chomolangma, la Grande Montagna, è circondata da ogni lato. Un continuo avvicendarsi di carovane di yak carichi di materiali per gli approvvigionamenti, si alterna ai graziosi calessi che i cavallini tibetani trainano fin quassù, trasportando i turisti più pigri avvolti in voluminose pellicce di montone.
Ho come la sensazione che, da questo punto non si possa più tornare indietro. Mario fissa nell’orizzonte la linea che separa il prima e un dopo ancora da conquistare, la sfida che solo lui conosce. E allora i particolari di una vita prendono il sopravvento, reclamano il palcoscenico come se anche il tempo passato avesse ancora diritto di cronaca. Ci siamo messi, così, a parlare della nostra giovinezza, tirando sassi contro le onde di pietra della morena, come due stupidi ragazzini annoiati. E il tempo si confonde nell’evocare immagini che ora ci fanno sorridere.
Il dopoguerra era un mondo di emigranti, cugini, zii, sparpagliati tra America, Australia e Sud Africa, tutti scappati a cercare fortuna. E le rare automobili che transitavano per Fonzaso erano un evento. Le bande di ragazzini con le ginocchia sbucciate accorrevano all’incrocio per vedere il rombo dei motori che arrancavano sulle curve. Portavano il fascino di chissà quali terre lontane disegnato sul volto stupito dei primi forestieri, gli occhi luminosi perduti nel sorriso di quei monti e negli strilli di quei bambini. Mi pare di vederli, e, del resto, sono trascorsi anni e le cose si ripetono sotto altre latitudini, in modo del tutto simile, finché anche questo sarà solo memoria.
Quando Mario se ne a