: Gaia Piccardi
: Giallo Francia
: Polaris
: 9788860591708
: 1
: CHF 4.50
:
: Reiseberichte, Reiseerzählungen
: Italian
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La Francia osservata attraverso le lenti d'ingrandimento dell'evento più antico e amato: le due ruote del Tour de France. Dall'orgoglio un po' sciovinista alla giustificata grandeur, seguendo per un mese un ricciolo (Grande Boucle) lungo 3664 chilometri e 21 tappe attraverso le peculiarità di un territorio generoso di storia, bellezza, gastronomia. Le mille briciole raccolte come Pollicino sulle strade del Tour raccontano in tono scanzonato la Francia e i francesi, sfatando qualche pregiudizio. Dall'ossessione per la conservazione della lingua ai paradossi di una macchina organizzativa poderosa, una narrazione che parte dai luoghi della Grande Guerra e termina sotto le querce del Périgord, a caccia di tartufi, passando insieme a Vincenzo Nibali sotto il traguardo di Parigi. Senza mai smettere di mulinare sui pedali.

CHILOMETRO ZERO

“Ah, le Tour de France...”.

C’è qualcosa di magico e quasi sovrannaturale in quelle dodici lettere spalmabili come morbido brie su quattro sillabe, che attraversano la Francia su un sellino e due ruote sin dal 1903.

Centouno anni, e non sentirli.

L’abbreviazione del titolo nobiliare – da Tour de France a, semplicemente, Tour –, è un privilegio per pochi eletti: ministri della Repubblica parlamentare francese, ex plurivincitori, forestieri non abbastanza in confidenza con l’istituzione massima dello sport dei cugini. In quest’ultimo caso, però, dire Tour è squalificarsi da soli: l’interlocutore di casa ve lo permetterà solo nella convinzione che lasciarvelo fare sia un’implicita ammissione d’inferiorità culturale e psicologica (vostra).

Spezzare il mito è un affronto che in Francia nessuno si permette di azzardare, come se tourdefrance fosse una parola unica e granitica e asessuata, un marchio di fabbrica, un molosso inscalfibile tipo alaindelon, ouijesuiscatherinedeneuve oppure ladditionsilvousplait: una di quelle perifrasi, insomma, che i francesi pronunciano in un solo fiato, facendo rotolare a valle le erre, spesso con aria estatica e sguardo conficcato nell’orizzonte, come se sull’onda di un’irrefrenabile ispirazione stessero salmodiando le ragioni stesse del loro essere francesi.

La verità è che nessuno può dire di conoscere la Francia e i francesi, per quanti viaggi abbia fatto oltralpe, se prima non ha assaggiato il Tour de France.

Assaggiato, sì.

Con tutti e cinque i sensi. Letteralmente.

Il suo asfalto: 3664 chilometri.

Le pagine del suo diario di viaggio, il feuilleton che nell’anno di grazia 2014 ho avuto la fortuna di sfogliare come inviata del quotidiano per cui lavoro, il “Corriere della Sera”: 23 giorni di festa mobile mai uguale a se stessa. Le sue mille declinazioni: ventuno tappe, nove di pianura, sei di montagna, cinque arrivi in quota, una cronometro individuale. I suoi 198 protagonisti: molti enfants du pays (44), qualcuno uomo-squadra (l’argentino, l’irlandese, il lettone e il mitico cinese, Ji Cheng: eroico spermatozoo con sorella al seguito scampato chissà come alla politica-del-figlio-unico imposta dal governo di Pechino, ultimo dall’inizio alla fine con un basso profilo e una coerenza che avrebbero esaltato Mao Tse-tung), dal più giovane (l’olandese Danny Van Poppel, 20 anni) al più anziano (il tedesco Jens Voigt, 42 anni), curiosamente riuniti sotto la bandiera dello stesso team. Il Tour de France, per la lunghezza dell’on the road a cui ti costringe e la sua natura di servizio giornalistico itinerante come nessun altro al mondo, è un viaggio ultra-sensoriale nella pancia della Francia e dei francesi, che non tutti i giorni, forse, avrebbero voglia di essere passati ai raggi X dalla